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Mi sei capitata per caso

libro gravidanza

Cosa fareste se un’amica vi chiedesse di leggere in anteprima il libro che ha scritto? Cosa fareste se, tra le altre cose, questa amica vi desse la possibilità esclusiva di parlarne prima di chiunque altro sul vostro blog? Vi dico cosa ho fatto io: sono saltata su dalla sedia e mi è pure uscita una lacrimuccia. Sì, perché l’amica di cui vi parlo altri non è che Diana Malaspina, con la quale ho avuto l’onore di scrivere già due post a quattro mani proprio qui nel mio blog.
Ora, premesso che non è assolutamente da me fare spoiler, vorrei parlarvi brevemente del libro e dirvi perché secondo me è un piccolo gioiellino. Si tratta di una storia che affronta l’argomento più naturale e, allo stesso tempo, più “evitato” dall’inizio dei tempi: la gravidanza. Chissà perché la gestazione di una donna causa tanto scompiglio nell’essere umano, specialmente negli uomini che sembrano quasi terrorizzati da un bel ventre rotondo. Non si tratta però di un manuale pieno di istruzioni e informazioni talmente angoscianti da turbare persino la serenità mentale del Dalai Lama. Non si tratta nemmeno di uno di quei romanzetti lacrimevoli in cui l’eroina è una bambolina, nemmeno tanto sveglia, che ha bisogno di essere salvata da un fantomatico belloccio tutto muscoli e niente cervello, o dell’appoggio di una figura anche vagamente mascolina per sentirsi realizzata. Pamela ha le palle. Pamela è una nerd e una fan girl. Pamela è un topo di laboratorio. Pamela è spesso acida e scostante. E Pamela è anche incinta. Perché sì, è quello che da inizio alla sua storia, ma non è quello che la definisce come donna. Questa è una delle rare volte in cui ho ringraziato il cielo di avermi messo davanti un personaggio di fantasia che sia una donna pienamente indipendente. Non voglio svelarvi nulla sulla trama, o tanto meno rovinarvi la sorpresa citando alcune delle sue battute più pungenti (anche se la tentazione è forte), ma non posso fare a meno di dirvi che amerete la sua forza e il suo sarcasmo, il suo essere straordinariamente normale e unica. La galleria di personaggi che la circonda è divertente e piena di sfaccettature. Si tratta di un libro leggero, fluido e interessante, l’ideale per ridere e commuoversi allo stesso tempo. Perché sì, nonostante l’ironia faccia da sottofondo a tutto il romanzo, un pizzico di romanticismo c’è.

So già che vi sentirete amiche di Pamela, che desidererete una capa come Madama, e che bramerete un luogo di ritrovo come il “Nom de Plume“. E poi ci sono i muratori. Sì, avete capito benissimo e no, non ho sbagliato a scrivere, ma per quello dovrete leggere il libro.

E a tal proposito vi regalo un piccolissimo spezzone del primo capitolo che riguarda proprio il bar di cui vi parlavo. Leggendo questa introduzione ho capito quanto effettivamente avrei amato il libro. Eccola per voi:

Ognuno ha un proprio bar: un posto che, se non ti fermi lì mentre vai a lavorare, la giornata inizia male, davvero male. Un posto che, con il suo aroma di caffè e quella particolare disposizione delle brioche nella vetrina, il lunedì mattina ti dice “vai, ce la puoi fare”.
Nel mio caso diceva “vai, gggiuoia” con una carezza materna al profumo di crema per le mani, uno sventolio di foulard di seta e un inconfondibile ed affettato accento calabrese: Carmen. Sentirla chiamare “tesoro mio” un ignaro barone universitario mentre gli serviva una fetta di torta, con quel palco di tette in bella vista traboccanti da una scollatura da pin up anni 50… beh, quella scena da sola valeva l’attesa del caffè. Si, perché “a casa di Carmen” il caffè era quello della moka che ti costringeva a sederti, fermare un attimo la tua frenetica giornata, leggerti due pagine di giornale e magari mangiarti una fetta di torta facendo una colazione degna di chiamarsi tale. O, considerata lo spessore di quelle fette di torta, degna di ciò che una nonna meridionale intende con la parola “colazione”.
Era il mio bar, ma era anche quello di tanti altri precari universitari di stanza nella zona che Carmen sfamava con panini rigurgitanti mortadella e riscaldava con tazze di cioccolata calda (ancora da stabilire se fossero davvero tazze o piuttosto antichi vasi da notte riutilizzati in modo originale) nelle buie e nebbiose giornate invernali di Bologna.
Era il bar in cui non avevi bisogno di ordinare perché Carmen capiva al volo se avevi bisogno di qualcosa di caldo o piuttosto di qualcosa di alcolico.
È stato il primo luogo in cui ho ammesso a me stessa (e a Carmen) di essere incinta.

Se poi qualche dubbio sul perché sia un buon libro vi stesse ancora attanagliando potreste sempre affidarvi alle parole della scrittrice, alla quale ho deciso di fare tre domande in particolare.

1) Per la seconda volta affronti il tema della precarietà e della gravidanza. Eppure sembra non volerne mai parlare nessuno, sono argomenti troppo scomodi o poco letterari?

D.M.:In realtà non è proprio una seconda volta, perché questo romanzo è ispirato a PhD, pregnant, che era una specie di pamphlet, un diario divertente di una gravidanza. Per “Mi sei capitata per caso” ho deciso di inventare una storia completamente originale in cui inserire parte degli aneddoti che in PhD, pregnant avevano fatto ridere. Francamente non saprei, non credo che sia un argomento tabù, ma credo piuttosto che sia un argomento in cui è facile venire fraintesi o giudicati appena ci si azzarda ad andare al di fuori dei canoni. Ci sono un sacco di manuali sulla gravidanza, ci sono libri di psicologia, libri di sociologia, ma fino a poco tempo fa nei romanzi sembrava necessario trattare l’argomento sempre con le pinze: forse molti avevano la percezione che essere troppo negativi, o troppo ironici, diventasse offensivo nei confronti di chi desidera figli e non riesce ad averne, forse per molti la gravidanza era, o avrebbe dovuto essere, un momento così sacro da rendere irrispettoso parlarne in termini meno che estasiati. Alcune delle recensioni che ho ricevuto per PhD pregnant hanno avuto come soggetto proprio questo: “non credo che l’autrice abbia compreso il senso della gravidanza”, “non c’è sentimento verso il nascituro”, “dubito sul senso materno dell’autrice”. Ora, premesso che ho due figli e sono stati entrambi cercati, desiderati e accolti con una gioia immensa e bisogna sempre fare attenzione nel confondere autore e personaggio che sono due “persone” diverse, l’ironia e il sarcasmo hanno fatto si che queste persone non apprezzassero lo stile, a loro non ha fatto ridere. È difficile ridere su un argomento delicato, è considerato segno di mancanza di rispetto. In realtà le cose stanno cambiando e qualcosa si vede, nei film e nei libri: il filone ironico, anche sulla gravidanza, sta cercando di farsi strada, e sta cercando anche di farsi capire: non stiamo togliendo lo zucchero, stiamo solo cercando di far capire che non sempre il barattolo dello zucchero è così a portata di mano. Non sempre e non per tutti la gravidanza è da subito una benedizione, una grazia ricevuta che soffonde la futura mamma di gioia e sentimento materno. A volte ci sono piccoli muri da abbattere, a volte l’evento è così inatteso che ci metti un po’ di tempo a digerirlo, a volte la gravidanza può essere proprio una catastrofe. Non vedo perché negarlo: non sto manifestando una mancanza di empatia nei confronti di chi di figli ne vorrebbe e non può averne, sto dicendo che ci sono situazioni in cui semplicemente quella persona non voleva un figlio, non lo voleva in quel momento, o lo voleva ma è stato lasciato solo e la solitudine fa paura. La gravidanza stessa, per molte persone, può essere condita dalla paura: paura che il bambino non stia bene, paura di non essere in grado di fare il genitore, paura del parto. Questo argomento può essere trattato in termini di dramma (e molti l’hanno fatto) o, come ho scelto di fare io, in termini comici, ironici, sarcastici. Come per la protagonista, il sarcasmo è la mia arma di difesa verso il mondo, e l’ironia mi ha salvato il cervello innumerevoli volte: sono risorse, sono utili contro la paura, la esorcizzano, e, come tali, non considero irrispettoso utilizzarle.”

2) Spesso sembra quasi che la gravidanza tocchi solamente la donna, relegando la figura del padre ai margini del l’avvenimento. Nel tuo libro il concetto di paternità è invece molto complesso e uno dei pilastri della storia principale. Perché credi che la paternità sia così sottovalutata?

D.M.:Residui delle distorsioni sociali con cui siamo abituati a guardare il mondo, residui dell’atavico “madre sempre certa…”, umana (e per certi versi comprensibile) abitudine di focalizzare la propria attenzione sulla parte del concetto di “genitorialità” che riguarda, per forza di cose, solamente la madre: la gravidanza, il parto, l’allattamento. La società sta cambiando lentissimamente, lo vedo nella differenza tra il comportamento con i bambini che hanno tenuto mio nonno, mio padre e mio marito: un graduale incremento del coinvolgimento nella gestione dei piccoli, da mio nonno che i suoi figli probabilmente mai li ha presi in braccio, a mio marito che è la mia perfetta metà, assolutamente intercambiabile con me nello stare con i bambini, gestire le loro necessità, curarli e coccolarli. Eppure la percezione sociale della maternità e della paternità sono ancora ben lungi dall’essere davvero “civili”: il congedo di paternità esiste ma in realtà a molti uomini viene riso in faccia se lo richiedono, un uomo che cambia un pannolino viene guardato da una buona metà degli eventuali presenti come un’anomalia e sua moglie come “fortunata”. La paternità è un concetto spigoloso anche per altre ragioni, che sono poi quelle che ho in parte affrontato nel libro (mentre ho preferito lasciare la critica sociale a qualcuno con conoscenze più adatte delle mie). Per quanto riguarda la donna il concetto di maternità biologica e maternità emotiva vanno a braccetto, viene considerato automatico che una donna si trasformi in madre nel momento in cui partorisce. Per la paternità è tutto molto più confuso: può esistere la paternità biologica senza una paternità effettiva (emotiva, affettiva, reale), perché la paternità biologica “può capitare”, e può esistere anche la paternità effettiva senza la paternità biologica ma è un concetto in cui è meglio non avventurarsi perché in automatico l’uomo ci fa la figura del cornuto o dell’impotente (sono senza peli sulla lingua lo sai, perciò nessuno si offenda, io non la penso così ed è evidente da ciò che scrivo). Non voglio fare spoiler, ma il messaggio che ho cercato di far passare con il “mi sei capitata per caso” è l’esatto opposto. Anche per la madre la maternità biologica “può capitare”. Non si diventa madri nel momento in cui si partorisce. Ci sono donne che sono madri senza poterlo essere biologicamente, lo sono e basta, anche prima di poter adottare un bambino o trovare il modo di realizzare questa parte di se stesse. Ci sono madri biologiche che invece madri non lo saranno mai. Lo stesso vale per il padre. Ci sono padri biologici che non sono padri per niente, altri che lo sono e basta, a prescindere dall’appartenenza biologica dello spermatozoo che ha contribuito alla creazione del feto. Fecondare un ovulo è una cosa che può capitare a chiunque. Ma per “fare” davvero un bambino felice ci vuole una persona che scelga di diventare genitore, che scelga di esserci, di farsi carico della gioia e della sofferenza di un bambino, di educarlo, di soffrire e gioire per lui e con lui ogni giorno della propria vita. C’è un momento nel libro in cui Pamela si trasforma da accidentale portatrice di un feto dentro l’utero a mamma, da madre biologica sceglie di essere una madre effettiva. Non posso dire nulla sul come tratterò la dicotomia tra padre biologico e padre effettivo nel libro, rivelerei troppo. Spero comunque di aver incuriosito!

3) Sí, è la domanda più scontata del mondo ma è impossibile non farla: quanto c’è di te in Pamela e negli altri personaggi?

D.M.:Pamela ha di me il background, ciò che fa un personaggio e forma il suo pensiero: la formazione accademica scientifica, il passato da ballerina, la vita da precaria universitaria. Creare un personaggio che ha il tuo background, all’interno di un romanzo d’esordio, è una cosa che ti da sicurezza, sai dove vai a parare, sei su un terreno conosciuto. Forse è una scelta scontata, ma io scrivo soprattutto per divertimento ed è stata quasi automatica. Per il resto Pamela di me non ha nulla. La mia gravidanza non è stata accidentale, e la sua storia è quanto di più diverso dal mio percorso affettivo che si possa immaginare. Anche le sue amiche, i personaggi collaterali, sono inventati. O meglio sono mix di storie e tratti di personalità di tante mie amiche, finiti nel frullatore e poi riassortiti a creare personaggi nuovi. Io non sono Pamela, ma come Pamela ce ne sono tante, e le ho conosciute: mamme per caso, che però scelgono di essere mamme davvero, si rimboccano le maniche e vanno avanti, imparando giorno dopo giorno come essere mamme, spesso anche in solitudine.”

Ecco perché mi piace, ecco perché ve lo consiglio: Pamela è lei, sono io, siete voi, lo siamo tutte. E questo è quanto.

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8 Comments

  1. Federica Spinelli
    3 anni ago

    Tematica super attuale, mi hai molto incuriosita ! smack
    Federica

    Reply
  2. elisa
    3 anni ago

    mi hai fatto venire voglia di leggerlo questo libro!!!!!

    Reply
  3. alessandra
    3 anni ago

    che bello, mi hai incuriosita lo voglio leggere!
    Alessandra

    Reply
  4. Chiara
    3 anni ago

    Sembra proprio bello!

    Chiara | Vogue at Breakfast ♥

    Reply
  5. thechilicool
    3 anni ago

    Ma che bello, interessante e da leggere!
    Alessia

    Reply
  6. Mi sei capitata per caso -Sicilia in Rosa
    3 anni ago

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    Reply
  7. Mi sei capitata per caso -Sicilia in Rosa
    3 anni ago

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    Reply
  8. Fashion Dupes
    3 anni ago

    Mi hai incuriosita! 😛 Me lo segno.

    Reply

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